Dietro ogni artista si cela un’altra figura, il suo doppio, uguale, diverso o deformato, che ne custodisce l’essenza, la personale concezione del mondo, la sua poetica.
Terranera, è lo pseudonimo dietro il quale si cela l’artista Jacopo Michelangelo Santucci, un destino nel nome, classe 1981, nato l’11 maggio ad Atri, in provincia di Teramo, una delle città d’arte più antiche dell’Abruzzo adriatico.
Figlio di Primo Santucci, pittore e scultore scomparso nel 1999 e di Paola Santi, pittrice ed insegnante di storia dell’arte, Jacopo convive precocemente con le norme comportamentali derivanti dall’ esperienza e dallo studio della pittura.
Egli mostra fin dall’infanzia una spontanea disinvoltura nei confronti di ogni attività volta a forme creative e di espressione estetica. Il primo tentativo di dialogo e di comunicazione artistica risale all’ età di 5 anni, quando allestisce la sua prima mostra nel garage di casa.
Negli anni a seguire cresce con enfasi anche un viscerale interesse per la musica che porterà Jacopo ad una conseguente attività da musicista, militando in diverse formazioni del pescarese, passione che nel tempo rimarrà sempre in un curioso equilibrio con la sua attività di pittore.
Alla soglia dei vent’anni, due anni dopo la scomparsa del padre, si trasferisce a Bologna, iscrivendosi alla Facoltà di Scienze Politiche. Deluso dall’ambiente accademico canonico, si rivela invece entusiasta e partecipe del fervore culturale e vitale del capoluogo romagnolo, serbatoio di esperienze alle quali rimarrà profondamente legato.
Proprio durante i tre anni trascorsi nel magma bolognese, realizza di voler dar voce al suo talento e decide di accantonare tutte le attività finora svolte per focalizzarsi a tempo pieno sulla sua primordiale pulsione per il disegno.
Abbandonata Bologna, si trasferisce a Chieti, dove frequenta la Scuola Internazionale di Comics diplomandosi in animazione. Inizialmente il fumetto fu forse un ripiego rispetto alla pittura ma e’ in questo periodo che Santucci ha modo di incontrare e confrontarsi con personaggi e disegnatori chiave del mondo dell’illustrazione italiana, come il maestro Paolo Eleuteri Serpieri, direttore artistico della Scuola. Fondamentale anche l’incontro con l’ opera di Andrea Pazienza di cui condivide il fascino visionario, il camaleontismo artistico e mutua una rielaborazione di un codice visivo e linguistico, più adeguato ad esprimere l’anima della modernità, al fine di veicolare messaggi in modo immediato e diretto al di là di ogni confine geografico e culturale.
Tra il 2005 e il 2006, i lavori di Jacopo, che esordisce sotto lo pseudonimo di NickNemo, trovano spazio all’interno di due eventi significativi ideati ed organizzati da Armando Tacconelli: il primo a Chieti, Nuova luce antica, è una collettiva di pittura, fumetto ed installazioni artistiche mentre la seconda, intitolata I…ludiamoci, si svolge a Pescara presso il Museo delle Genti d’Abruzzo.
Nello stesso periodo Jacopo si trasferisce nuovamente, questa volta a Perugia, dove si iscrive all’ Accademia di Belle Arti “Pietro Vannucci”, frequentando il corso di pittura del professor Sauro Cardinali. La sua naturale inclinazione a dipingere gli permette di superare definitivamente la sua esitazione nei confronti della tela, portandolo rapidamente a preferire questa forma espressiva alle altre, una preferenza che è diventata per lui una normale consuetudine.
La formazione stilistica pittorica si affina in questo periodo a favore di un pittura figurativa contaminata dal alcuni elementi legati al mondo della street art, in particolare l’ uso della maschera normografica (stencil). Nell’amalgama omogeneo delle due discipline, l’artista Terranera dialoga da una parte con il pubblico dall’altra con la città esprimendo la propria creatività tramite interventi pittorici sul tessuto urbano.
Jacopo Bonanni
Il nome stesso con cui questo giovane artista si presenta, Terranera, al secolo Jacopo Santucci, costituisce un’eccellente manifestazione preliminare della sua stessa concezione estetica e, più in generale, della sua poetica. Siamo infatti di fronte ad uno pseudonimo, evocante – non senza poesia – la denominazione, risalente al nonno dell’artista, di un piccolo appezzamento di terra nel cuore della vecchia Pescara. Terranera, però, non è soltanto un soprannome identificativo di una gens, è anche una parola che rimanda in modo immediato al lavoro dei campi, in cui fatica e fertilità si congiungevano nel giusto e atteso risultato finale (il frutto della terra), pertinente ai riti di una civiltà millenaria che, oggi, abbiamo persino difficoltà a distinguere nei suoi valori più genuini.
Naturalmente non è certo la prima volta che un artista fa ricorso ad uno pseudonimo, né, tanto meno, ad un esplicito desiderio di alludere a radici per più versi disperse: ma, anche se tali aspetti rimangono veri, il modo e gli obiettivi in cui si esplicita la proposta di Terranera sono, con altrettanta certezza, non solo autentici ma assolutamente incisivi. Per questa mostra perugina, che può sostanzialmente considerarsi un esordio, uno dei concetti-chiave va con ogni probabilità riconosciuto nello “slittamento di senso”, forse proprio nell’accezione forte di “sbandamento”.. Le opere – presenti, oltre che nell’ambiente specifico a lui dedicato all’interno di questa mostra collettiva, anche in vari punti della città (alcune anche da notevole tempo) – intendono favorire, per quanto possibile visti i ritmi convulsi del vivere odierno, una meditazione su determinate abitudini indotte dalla nostra assuefazione alla pervasività dei sistemi mediatici che ci circondano.
Può essere utile partire proprio da questo aspetto, sicuramente, uno dei cardini della riflessione di Terranera: credo che ad un occhio attento non sia sfuggito, nell’affacciarsi da quel meraviglioso balcone sul quartiere della Conca e dell’Acquedotto costituito da via Cesare Battisti, un insieme piuttosto numeroso di parabole per la ricezione di canali televisivi satellitari, colorate a vivaci tinte monocrome e recanti al centro un’immagine di Gesù Cristo realizzata con la tecnica dello stencil. Questo lavoro, dal titolo Parabola, non è centrato, naturalmente, su un contenuto misticheggiante, ma è – direi magrittianamente – un rinnovato capitolo di quell’Uso della parola magistralmente indicato dal grande surrealista belga. Per noi figli del secolo XXI la parabola non è quasi più il racconto, poetico ed edificante, dei Vangeli, o, quantomeno, la nota figura geometrica, ma è principalmente lo strumento di una tecnologia.
Terranera, si badi, non è affatto un misoneista, non intende per nulla smarcarsi da ciò che i nuovi media possono eventualmente conquistare: il suo sconcerto nasce principalmente dalla passività con cui l’uomo medio accoglie senza alcuna reazione le invenzioni semantiche dei grandi gruppi industriali sottesi a queste nuove trasformazioni. In alcuni dipinti, scaturiti dalla stessa falsariga di Parabola, Terranera ironizza, con amaro sarcasmo, su parole (Cielo, Vento, Finestre…) diventate, naturalmente in inglese, celebri icone e loghi di network televisivi e informatici, domandosi implicitamente (ma succede, succede…) se un bambino di un anno o poco più può immaginarsi che Sky sia qualcosa che ha a che fare con la tv e non piuttosto con quell’entità misteriosa e affascinante che sta sopra tutti noi.
Ma lo slittamento di senso e la sorpresa visiva accompagneranno anche altri lavori di Terranera, sui quali io stesso ho informazioni parziali: l’artista realizzerà installazioni pittoriche monumentali in alcuni punti molto importanti del centro di Perugia, nelle quali esprimerà il suo personalissimo tributo ad alcune personalità rilevanti, individuate soprattutto per il loro convinto rifiuto ad allinearsi passivamente alle posizioni dominanti. Tra questi ne ricordo almeno due: Mario Monicelli (che Terranera omaggerà a pochi mesi di distanza dalla drammatica fine, evocando una celebre frase del regista) e il noto funambolo, mimo e giocoliere francese Philippe Petit, richiamando da un lato la sua fantasia sognatrice –racchiusa nell’amore per il superfluo che Petit ha sempre professato (celebre, fra le altre, un’impresa, del 1974, che nessuno potrà mai più fare, la traversata su una fune delle Twin Towers di New York) –, dall’altro una straordinaria quanto dimenticata impresa funambolica realizzata a Perugia, proprio nella stessa piazza IV novembre ove Terranera farà la sua installazione, dall’equilibrista triestino Arturo Stroschneider nel maggio 1911.
Maggio 2011
Emidio De Albentiis
